• Nunzianna Di Tursi

Anniversario della Liberazione d'Italia

Aggiornamento: 5 lug

Festa della Liberazione 2022: "excursus socio-storico" di una Italia che chiede Libertà. Dal confino politico fascista all'analisi sociale proposta dall'opera più famosa di Carlo Levi.


L’intensa applicazione che l'istituto giuridico del confino trovò in Italia dal 1926 in poi, coincise con la fine della vita politica del nostro bel Paese. Infatti, la persecuzione poliziesco-giudiziaria dei fascisti nei confronti degli oppositori, si articolò secondo precise distinzioni: un primo periodo che andò dal 1919 (caratterizzato dalla guerra civile aperta) all'anno della marcia su Roma; un secondo periodo che andò dal 1922 all'anno delle leggi speciali; ed un terzo periodo che andò dalla fine del 1926 al 25 luglio 1943.


Sciolti i partiti e abolita la libertà di stampa, il confino e l’ammonizione per motivi politici furono introdotti al fine di reprimere ogni forma di dissenso. Il confino fascista era una misura preventiva consistente nell'obbligo per il confinato di dimorare, per un periodo di tempo determinato, in una colonia o in un comune diverso da quello di residenza. Il fascicolo legato all'imputato conservava il verbale di un interrogatorio svoltosi presso la Questura Regia di residenza, in cui veniva appurato non un reato commesso, ma una una presunta “pericolosità sociale” determinata da una pregressa denuncia anonima o da una delazione.

Con l’arresto del colpevole veniva convocata la Commissione Provinciale che comminava gli anni di confino e che procedeva ad approvare la “conduzione" del confinato nella nuova “dimora”.


La misura del confino operò in Italia non solo contro gli oppositori politici, ma anche contro tutti coloro che si abbandonavano a commenti contro il duce e il regime, oppure organizzavano manifestazioni di protesta.

I confinati potevano essere Testimoni di Geova e Pentecostali (un credo religioso diverso da quello dello Stato era indice di ribellione e quindi perseguibile per legge), ma il gruppo maggiormente imputabile era quello dei comunisti (che costituivano il 40% dei confinati) e degli antifascisti e apolitici. Il fascismo punì queste “categorie” più volte, innescando di fatto un meccanismo che pretendeva di limitare l’attività degli oppositori.


Durante il regime, la Basilicata fu destinata progressivamente ad ospitare molti confinati. Tale uso del territorio ebbe motivazioni pratiche: marginalità geografica, scarsità di comunicazioni interne e, in generale, condizioni sociali più arretrate; la scelta, tuttavia, assunse anche ovvi motivi storico-politici.

Le prime notizie in merito all'arrivo di confinati politici in Basilicata, sulla base delle nuove norme di Pubblica Sicurezza, comparvero inizialmente su alcuni giornali stranieri: i deportati provenivano soprattutto dal nord Italia e appartenevano a differenti estrazioni sociali. Prevalentemente erano contadini ed operai, ma non mancavano uomini di cultura ed esponenti politici di primo piano. I primi arrivi in Basilicata si ebbero già nel 1926 e, dopo circa dieci anni, il progressivo incremento dei confinati provocò varie e sostenute difficoltà nei paesini lucani. Ai problemi logistici e di sovraffollamento, si trovò modo di porre rimedio dislocando una colonia confinaria in una località poco distante dal centro abitato di Pisticci (Matera), che prese il nome di Centro Agricolo Direzionale della Colonia di Confino. A partire da questo punto e nel raggio di pochi altri chilometri, il regime cercò “di unire alla bonifica agraria la bonifica umana, per togliere i confinati dall'ozio che è fonte di incomposti fermenti”: dal duro lavoro di disboscamento e dissodamento, tenuto dai confinati sulla località Bosco Salice in agro di Pisticci, il regime procedette a pianificare ed edificare il piccolo Villaggio Marconi, che avrebbe dato vita, poi, all'attuale frazione Marconia di Pisticci.

In circa quattro anni di attività, la colonia accolse 1600 confinati politici.


Dopo un lungo viaggio travagliato, i confinati a Pisticci raggiungevano Bernalda (a pochi chilometri distante) e poi procedevano per la colonia. Giunti al campo ed effettuato il riconoscimento delle generalità, ai confinati veniva consegnata la Carta di Permanenza con le disposizioni generali e l’elenco delle attività vietate. Nel campo, l’avvio al lavoro era immediato: i confinati lavoravano duramente per disboscare il territorio e costruire sempre nuovi edifici, che avrebbero dato riparo ad altri confinati lì designati. Alcuni confinati venivano avviati a lavori artigiani, mentre altri si occupavano degli allevamenti e dell’agricoltura: in questo modo la colonia si auto-sosteneva ed assumeva le sembianze di una azienda controllata dalla Polizia del fascio. (G. Coniglio)


Una brevissima permanenza nella colonia pisticcese, fu quella dello scrittore ed artista Carlo Levi, ben presto trasferito ad Aliano (provincia di Matera), perché considerato “altamente pericoloso” al punto da sconsigliare ogni sua relazione con gli altri confinati (e cittadini).

Levi, per la coerenza delle sue idee e l’assoluta unità delle sue diverse attività, rimane ancora oggi un esempio raro nella vita artistica e culturale del nostro Paese. Nato a Torino, lì trascorse l’adolescenza e la giovinezza: intimo amico di Gobetti, costruì proficue relazioni culturali con i giovani della Rivoluzione Liberale, i quali non perdevano occasione di evidenziare i problemi generati dalla mancanza di libertà dell'Italia fascista.

Laureatosi in Medicina, dopo aver esposto per la prima volta le sue opere alla biennale di Venezia, partecipò ai primi gruppi della Resistenza. Carlo Levi infatti si palesò membro del Gruppo di artisti torinesi che affermavano il valore della libertà contro la retorica servile dell’arte ufficiale (a sostegno del regime), contro la falsa modernità del futurismo e contro il conformismo (che il regime voleva pubblicizzare a suo vantaggio).

Più volte incarcerato, nel 1935 fu confinato in Lucania. Nel 1939 riuscì ad espatriare in Francia e, ritornato in Italia nel 1941, fu nuovamente arrestato nel 1943. Partecipò attivamente alla Resistenza come membro del Comitato di Liberazione della Toscana e diresse poi, per molti anni, alcune importanti testate giornalistiche del dopoguerra.


Delle sue opere, la più famosa rimane “Cristo si è fermato a Eboli”. Fu scritta nel momento più drammatico della guerra, quando la chiusura clandestina spingeva l’autore a rivivere quei valori fondamentali che egli aveva trovato negli anni del suo confino in Basilicata. Oscar Mondadori nella X ristampa, definì “Cristo si è fermato a Eboli” un libro “di guerra e di verità operante, non un libro di letteratura o di evasione”. Lo stesso Scotellaro recensì lo scritto riferendo: “è il più appassionante e crudele memoriale dei nostri paesi, dove ci sono morti e lamenti da far impallidire i santi martiri, e dove le nostre terre si muovono da parere fiumi e i morti vivono sulle nude terre tremanti e nei boschi. E i vivi ...”


Nella copertina di primo lancio, erano riportate alcune frasi dell’autore: “Questo libro racconta, come in un viaggio al principio del tempo, la scoperta di una diversa civiltà. È quella dei contadini del Mezzogiorno: fuori dalla storia e dalla Ragione progressiva, antichissima sapienza e paziente dolore ... Vi si esprime una visione complessa, nella quale gli infiniti punti di vista sono legati insieme e riuniti nel consenso delle cose. Il lettore può trovarvi insieme una ragione di poesia, un modo di linguaggio, uno specchio dell’anima e la chiave di problemi storici, economici e sociali altrimenti incomprensibili”.


In Basilicata, Levi entrò in contatto con la miseria profonda del sud e con una parte buia e dolente dell'Italia. Rimase colpito dall'ingiustizia sociale e dall'indifferenza politica che prendendo le mosse dal passato, perpetrava la sua altera condotta nel presente.

Levi incontrò una Italia meridionale e contadina che viveva ai margini della storia: un pezzetto di Italia, che si sarebbe abituata (col passare degli anni) a vivere in panchina, ed a cui sentiamo di dover rivolgere ancora la nostra attenzione: siamo sicuri che, seppur Basilicata frustrata, questa regione riesce comunque a contenere ideali creativi che dimostrano una utopia positiva e pro-attiva (anche se mai, purtroppo, tendente ad una ampia rivoluzione culturale !!!).


Ciò che sconvolge è che la chiave di lettura di Levi, ancora oggi, rimane vera: i concetti di complessità, contemporaneità e totalità descritti in ogni particolare della sua opera, riportano in qualche modo alla stessa realtà lucana che ha cambiato forma, ma che sostanzialmente vive delle stesse radici.

Nel tempo, gli scritti di Levi sono stati oggetto di diverse analisi, e le varie interpretazioni hanno portato a definire l’opera a volte come scritto politico, altre come artificio letterario. “Cristo si è fermato a Eboli” è stato inteso da alcuni come “libro neorealista”, da altri come “romanzo saggistico”, “autobiografico”, “libro di viaggio”, “saggio etnografico, storico o mitologico”.

Noi che non amiamo le etichette, vogliamo definirlo “semplicemente” una completa, verace ed attenta analisi sociale che tocca, ancora oggi, il cuore del lettore, al di là dei singoli problemi, dei particolari linguaggi e delle appartenenze letterarie.

Come riporta Einaudi, ciò che rende l’opera (e dunque l’autore) rappresentante della Liberazione“è il modo di essere nel mondo, come nel luogo di tutti i rapporti e, quindi, nella realtà come Libertà. È la qualità del rapporto con le cose, che è un rapporto di amore e di totale identificazione e distacco. La singolare fortuna di essere di questa opera è nel suo primo farsi ed esprimersi in un mondo che è a sua volta nel momento primo del farsi, esprimersi, parlare ed esistere. E dunque il suo carattere giovanile, di pura e assoluta potenza, la sua continua invenzione di libertà, dà senso a questo suo racconto, che tutti possono intendere nel modo più semplice e diretto, un valore per tutti, rinnovatore e creativo di esistenza”.


Quale migliore definizione di Resistenza per la Libertà ?


La Resistenza ci ha lasciato due grandi eredità: l'analisi socio-demografica e storica dei luoghi di confino, proposta dagli intellettuali antifascisti, e la Libertà conquistata con il loro sacrificio (e da ricercare ancora quotidianamente nei loro ideali).

Allora questa opera è sì “libro di guerra”, ma è anche simbolo di una Italia Nuova e Libera, che però vive ancora una guerra civile. D’altro canto, è anche simbolo di un'Italia Ricostruita, che ogni giorno trova qualcuno che si reca in suo soccorso e cerca di conquistare un po' di pace, senza armi e con le semplici parole della Libertà.

Carlo Levi che, come tanti partigiani, ha lottato per la Liberazione, ci ha lasciato un grande principio: scrivendo della Basilicata ci ha parlato di una nuova guerra, una rivoluzione culturale ancora da iniziare e priva di fucili e purghe. Sia la nostra, una tempesta positiva di idee che anticipino la pace e divengano “ragione di avvenire”.

Carlo Levi ci parlerà di Resistenza, fino a quando la scoperta dell’Autonomia, dell'empowerment sociale e della Libertà sarà prova e ragione di esistenza; finché non riusciremo a cogliere il testimone e sapremo dar vita ad un rinnovato impegno civile, sociale e morale per il nostro Libero Stato.




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