• Nunzianna Di Tursi

Assistenti Sociali si interrogano - parte 1

Aggiornamento: 13 set

Intervista del giornalista e assistente sociale Ugo Albano alla collega assistente sociale e euro-progettista Nunzianna Di Tursi. Discussioni sul Servizio Sociale Professionale in mood freelancer: stato dell'arte.

Riteniamo utile pubblicare l'intervista che il dott. Ugo Albano ha rivolto al "timoniere" di questo sito, consapevoli che molti spunti di riflessione potranno rivelarsi utili a tanti colleghi che vogliano "abbracciare" il mondo della libera professione.

Di seguito la prima parte, in versione integrale.


DOMANDA: Di Tursi Nunzianna Donatella, assistente sociale specialista iscritta all'Albo degli Assistenti Sociali della Regione Basilicata al numero 68/A. Un semplice numero tra tanti altri, che però si esplode in una miriade di idee, a vedere il suo sito internet: https://www.serviziosocialenunziannaditursi.com. Una libera professionista in terra lucana, una regione a forte emigrazione professionale, ma con tante potenzialità, finora poco espresse. Ma lo chiediamo a lei: chi è Di Tursi Nunzianna?


RISPOSTA: Nunzianna Di Tursi è un’assistente sociale. Può sembrare una definizione banale, ma non lo è affatto se affidiamo il giusto ruolo politico ad una figura professionale che è chiamata ad intercettare i bisogni e le risorse di una comunità, al fine di “favorirne il cambiamento, in un mondo in continuo movimento”. Poiché sono convinta che non si riesca a conoscere mai appieno il proprio interlocutore, qualora non si ottengano informazioni del contesto socio-culturale che lo ha forgiato, mi torna utile fornire alcune indicazioni a tal riguardo, che partono addirittura dalla mia infanzia.

DOMANDA: Brava! Infatti la nostra storia di persone appassionate dell’aiuto prima e professioniste poi parte dalla fanciullezza, fase in cui papà e mamma ci forgiano per la vita. Dipende poi dal contesto di vita e dalle opportunità che si trovano, anche in terra lucana. E’ così?

RISPOSTA: La mia immagine di infante è certamente quella di “una bimba anomala”: una piccola provinciale materana che nei primi anni ‘90 vedeva il suo futuro in terra d’Africa ad “aiutare le donne e i bambini in difficoltà”; mentre il resto del “microcosmo” in cui era inserita cercava di curare al meglio e quotidianamente il proprio orticello fatto di utili conoscenze e gustosi tornaconti. Nella costa metapontina, allora come ora, il senso di "perifericità" e marginalità si avverte tanto, se si guarda ad altre zone del Sud Italia e al resto della Penisola. Le donne “in carriera” non sono mai state tante e comunque hanno sempre dovuto conciliare il lavoro di cura della famiglia, con quello di lavoratrici; le realtà associative sono sempre state troppo poche, prevalentemente gravitanti intorno all'imponente tessuto parrocchiale e politico e rappresentate, per lo più, da direttivi “gestiti” dalle solite personalità maggiormente in vista nel territorio.


Dicevo che ho avvertito sin da piccola l’esigenza di impiegare le mie energie a sostegno dell'empowerment dell’essere umano: nella mia formazione, ho sempre orientato i miei approfondimenti ai temi della giustizia sociale, della non discriminazione e della non violenza; le mie letture preferite erano e rimangono quelle antropologiche, sociologiche e di geografia umana.

DOMANDA: Pare che il “riscatto” in quanto lucana ed in quanto donna non possa che passare o dalla ribellione o dall'impegno. Il riscatto è per definizione una molla reattiva all'ingiustizia, porta con sé rischi che è bene considerare. Si può infatti decidere di fare il brigante, storica figura lucana, oppure, al contrario, armarsi di strumenti nonviolenti per amore di sé e del prossimo. Mi sa che Lei la scelta l’ha fatta, giusto?

RISPOSTA: Ebbene si. Considerata questa mia predisposizione, iscrivermi all'Università degli Studi di Bari, al corso di laurea di Servizio Sociale, con l’intento di specializzarmi in “Progettazione delle Politiche di Inclusione Sociale”, è stata una scelta quasi naturale. Ho seguito poi con profitto diversi corsi post lauream e ho sposato la portata rivoluzionaria delle tecniche A.D.R. di Coordinazione Genitoriale, Mediazione Familiare e Penale Minorile, registrandomi alle relative associazioni di categoria. Ho dedicato molti dei miei approfondimenti e formazione alla Progettazione Europea e alla Co-programmazione e Co-progettazione tra P.A. e E.T.S. Continuo a studiare e a spendermi per garantire, col mio lavoro, i diritti umani e lo sviluppo sociale a tutela delle persone, dei gruppi sociali e delle comunità minoritarie. Amo viaggiare e per mia fortuna, ho la possibilità di ritagliarmi spesso brevi o lunghi periodi alla ricerca e alla scoperta di sempre nuove culture e “mondi da esplorare”. Sono Tutore di Minori Stranieri Non Accompagnati ed anche in questo modo, attraverso la mia attività libero professionale, cerco di “aiutare” (rilanciare e recuperare) le popolazioni delle aree geografiche marginalizzate.

DOMANDA: Insomma, un po’ brigante Lei lo è nel non accettare una realtà statica e perseguire invece visioni di un mondo migliore. Il brigante, infatti, non fuggì all'arrivo dei piemontesi, ma restò a combattere. D’altra parte l’alternativa sarebbe la rassegnazione. La visione non è vana speranza, ma chiara direzione verso cui tendere.

RISPOSTA:


Le mie “idee visionarie” spesso creano turbamento in un sistema che, per certi versi, non è ancora pronto al cambiamento (vuoi per pigrizia; vuoi per strafottenza; vuoi perché quando si argomenta su problematiche di rilevanza sociale, si tende a liquidare le questioni con un sommario “poi ne parliamo”, per poi non parlarne mai più; vuoi perché quando è una donna a parlare di giustizia sociale, le cose si fanno più complicate; vuoi perché qui, in Basilicata, prassi indica che se non appartieni a gruppi elitari, tante proposte tendono a sciogliersi nel vento che tutto disperde).

Nunzianna Di Tursi è, dunque, assistente sociale ed esercita in una sperduta frangia di Lucania, mentre ogni giorno si impegna a contrastare ed emancipare il proprio contesto di appartenenza, soprattutto lavorando dall'interno di quel sistema. Ma è un po' questo (come dicevo all'inizio) il senso del servizio sociale a vocazione politica e ne ho elaborato uno mio personale slogan che recita “Nascere assistente sociale vuol dire essere agente di cambiamento nel cambiamento, sempre, comunque e per chiunque”. Tradotto sul mio sito, tale concetto diviene: “Stay Tuned And Think As A Social Worker”. Che mi riscopra, in un futuro non troppo lontano, anche “brigantessa lucana”? Staremo a vedere.

DOMANDA: Le brigantesse non erano solo mogli o amanti dei briganti, erano esse stesse combattenti indomite. Ogni donna che combatte ha bisogno, a fine giornata, di farsi abbracciare dal proprio uomo: un abbraccio che significa rinnovarsi l’amore nella visione che non può che essere comune. Essere dipendenti può essere vantaggioso: x ore al giorno, x soldi a fine mese, tranquillità economica per la famiglia: ogni maschio sognerebbe una donna così. Chi invece sposa e non blocca una donna imprenditrice, lo fa con la consapevolezza di far crescere la compagna, nonostante le ovvie difficoltà. Infatti la libera professione non è un ripiego, ma una scelta, il partner deve starci e sostenere la baracca a tutti i livelli. Se no, che amore è?

RISPOSTA: Veniamo al dunque: mi chiedeva “Che amore è?” Personalmente scelgo ogni giorno mio marito perché vi ritrovo il mio compagno di viaggio. Proprio come scrive Blanchot in uno dei suoi racconti: “Era diventato il mio compagno di strada, ma non posso affermare che noi avevamo tutto in comune. Quali fossero le sue intenzioni nel sostenermi, nell'aiutarmi è difficile dire, giacché egli era privo di intenzioni ...”. Bene! Il mio compagno di strada mi accompagna fedelmente, sempre, senza mai divenire la mia controfigura o la mia simmetria. Né io la sua. In tante occasioni, siamo da stimolo l’uno per l’altra: guardiamo le circostanze da “altre” angolazioni e questo ci permette di crescere ed imparare. Io dico sempre che le nostre identità si incontrano in uno spazio comune, ogni volta che ci guardiamo come “esseri unici e straordinari” a cui dedicare tante attenzioni e tante cure. Questo ci piace e ci dà stabilità in tutte le nostre idee ed iniziative.

DOMANDA: La libera professione porta con sé rischio, instabilità, ma pure tante soddisfazioni se accompagnate da tanta flessibilità. Ne scaturiscono spesso dinamiche personali non facili di tenuta personale, penso solo all'irregolarità degli introiti a fronte di lavori effettuati e tasse comunque da pagare. A meno che di non essere Paperon de Paperoni, queste tensioni – motivazionali ed economiche – ricadono sulla famiglia. In tal senso chiedevo “che amore è”. Premesso che l’affetto e l’amore funzionano, come si riverbera la fatica della libera professione sul nucleo familiare e, in questo caso, sulla coppia? E’ una domanda che spesso fanno i giovani colleghi intenzionati a quest’avventura.

RISPOSTA: L’assistente sociale che decide di sperimentarsi nella libera professione non deve farlo mai per caso o per avventura. Né lo stesso può immaginare di inventarsi libero professionista senza avere esperienza professionale, né contezza del territorio in cui intende esercitare. Considerata la sensibilità degli ambiti di intervento e la delicatezza del proprio contesto socio-economico ed ambientale, il libero professionista del sociale è cosciente che la propria attività non potrà essere esclusivamente “rose e fiori” . Comprendo l’approccio di una categoria professionale che, da troppo tempo e per tante ragioni anche storiche, ha trovato ragione di esistere nel pubblico impiego; ma ritengo ormai indispensabile che il lavoro sociale debba orientarsi verso una mentalità (e quindi formazione) imprenditoriale.


Il social worker deve indossare un nuovo habitus se vuol riscoprire se stesso: deve condividere un nuovo ed inesplorato spazio sociale, tale da farlo percepire non più come “assistente”, ma come “faber”.

Oggi la libera professione è diventata per me un’esigenza, una necessità, una finalità, un modus operandi , in sostanza uno stile di vita. La mia libera professione inizia necessariamente dalla risorsa più importante: me. La mia libera professione desidera incontrare sempre nuove risorse: persone, comunità, gruppi, enti, organizzazioni. La mia libera professione tende a definire come punti di forza le collaborazioni alla pari con altri professionisti (anche in rete e non in regime di subalternità). Il principio del "sapere, saper essere, saper fare" diventa quotidianamente la chiave di lettura per aprire uno sguardo sulla realtà e sul territorio.

E sebbene mi si dica che fare il libero professionista oggi richieda impegno, sacrificio, studio, costanza, consapevolezza, coraggio, analisi e rischio (a fronte di un approccio mentale completamente differente da quello di chi lavora come dipendente pubblico) ... poco mi interessa: è un rischio che voglio affrontare ogni giorno con determinazione ed autonomia imprenditoriale.


DOMANDA: ...


LA SCOPRIREMO NEL PROSSIMO ARTICOLO


... STAY TUNED AND THINK AS A SOCIAL WORKER


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