• Nunzianna Di Tursi

Giornalismo sociale e Servizio Sociale

Aggiornamento: 13 giu

Un giornalismo valido e accurato difende la nostra democrazia. È una delle armi più efficaci a nostra disposizione per contenere gli affamati di potere. (Robert Redford).

-Viaggio biografico di un' assistente sociale, da Ilaria Alpi al giornalismo sociale-.

È il 20 marzo 1994, e dopo un lungo pomeriggio trascorso sui quaderni di scuola, una bimba di quasi 9 anni, siede sulla poltrona per guardare la TV. D’improvviso va in onda un Telegiornale che lancia una brutta notizia.

Ilaria Alpi, giornalista del Tg3, e l’operatore Miran Hrovatin, vengono uccisi a Mogadiscio, in Somalia. Da due anni la giornalista segue la missione di pace Restore Hope, coordinata dall’Onu, per porre fine alla guerra civile scoppiata nel 1991 dopo la caduta di Siad Barre.  Alpi e Hrovatin lavorano ad un’inchiesta su un presunto traffico di armi e rifiuti tossici in cui sembra essere coinvolta l'Italia. Dopo aver intervistato il sultano della zona, ritornano a Bosaso. Per una motivazione non chiara, vengono re-indirizzati verso l’hotel Hamana con il loro autista e, proprio lì vicino, la loro auto viene fermata da un commando che uccide prima la giornalista e poi l’operatore.

La bambina ascolta angosciata e comprende che quando si uccide qualcuno, lo si fa perché non si vuole più lasciarlo parlare. Guarda le immagini alla TV: vede un'auto, vede del sangue ... vede due corpi. Quello della giornalista è giovane; non si vede il viso ma si distinguono dei capelli chiari. “Sicuramente doveva essere bella”.

La sera viene trasmesso un’altro TG, il giorno dopo un’altro e poi un’altro ancora: non si fa che parlare di lei. Ilaria Alpi. Si trasmettono sue immagini in veste di reporter, di giornalista, di studentessa, di ragazza, di donna.

La bambina ne rimane affascinata sempre di più. È bella, dolce, carismatica, competente; ed allora inizia a studiarla per conoscerla meglio.

“Soffriva di vertigini, Ilaria, e temeva il vuoto, ma si era scelta un lavoro in cui l’elicottero è uno dei cosiddetti ferri del mestiere. Aveva un’autentica fobia del vuoto, ma volava con tranquillità, almeno apparente.”

Sono Giorgio e Luciana Alpi a raccontare questo e altri tratti del carattere della giornalista, come la passione per gli animali, l’amore per i monili che portava a casa di ritorno dai viaggi.

Ilaria era una giovane donna forte e determinata, ma non aggressiva; una “battagliera e femminista convinta”. “Fin dai suoi primi anni di vita – dice Luciana – la ricordo come una bambina di carattere, tosta, molto sensibile. Una bambina curiosa, che voleva imparare, ma che aveva anche idee chiare. Aveva una laurea in lingue e letteratura araba, conseguita presso l’Università La Sapienza. Le sue corrispondenze dal Cairo per «Paese Sera» raccontavano l’Egitto, non solo dal punto di vista economico e politico, ma anche culturale. Quegli articoli restituiscono al lettore, ancor oggi, un modo diverso di raccontare i paesi arabi. Amava i paesi arabi. E più li conosceva e più desiderava raccontarne i segreti, i costumi, gli stili di vita, le tensioni interiori. Aveva imparato a respirarla, l’aria dell’Africa e dell’Islam".

La carriera giornalistica di Ilaria inizia nel 1990 quando vince il concorso per giornalisti Rai. Assunta prima a Rai Sat, viene trasferita alla redazione Esteri del Tg3: qui diventa inviata a Parigi, Belgrado, Marocco e Somalia. “Lei però fin da subito si accorse che preferiva approfondire le notizie e non semplicemente ‘darle’ come si usa spesso nelle agenzie e nei quotidiani […]”.Per Giorgio Alpi, il vero sogno di sua figlia era di riuscire a lavorare per un settimanale, dove forse è più facile, almeno così credeva, andare a fondo.


“Le sarebbe piaciuto”, aggiunge il padre, “fare la giornalista in un mondo dove a fare notizia sono le cose vere”.

Passano gli anni e la bambina di 9 anni che guarda la TV, è ormai diventata donna.

Il 20 marzo 2022, appena rientrata a casa per il pranzo, accende la TV e guarda il consueto telegiornale. Parlano di Ilaria, perché ricorre il ventottesimo anno dalla sua esecuzione. La donna rivede con la memoria quella bambina e subito le dice: “Le sarebbe piaciuto fare la giornalista in un mondo dove a fare notizia sono le cose vere”.

La donna guarda la TV e si chiede a voce alta: "come dovrebbero oggi far notizia i servizi sociali ?"

Come spiega il dott. U. Albano : “Aiutare le persone oggi non può prescindere dal bisogno di saper comunicare sui fenomeni sociali e sulle metodologie applicate nel lavoro quotidiano. Parimenti la carta stampata e la web communication sono mezzi coi quali, parlando al grande pubblico, è oggi possibile esercitare una nobile funzione di aiuto di tipo preventivo. D’altro canto l’assistente sociale, storicamente, è chiamato a sviluppare la propria teoria tramite report o articoli sulle diverse riviste. Tutto ciò per dire che, oggi come non mai, è opportuno che i professionisti dell’aiuto usino in maniera corretta lo scritto come strumento di lavoro. E’ parimenti necessario che gli assistenti sociali si accostino al mondo del giornalismo per conoscerne i meccanismi, per ben interagire con gli operatori della comunicazione e per padroneggiare le principali competenze della scrittura professionale”.


E forse, anche sulla scia di questa esigenza, è stato firmato qualche anno fa un protocollo d’intesa tra il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Assistenti Sociali e il Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, per favorire la cooperazione tra le due categorie professionali. Come riferisce Gazzi, "chiamati ad occuparsi dei maggiori temi di rilevanza sociale come la povertà e la non autosufficienza di persone e gruppi sociali vulnerabili, con l’obiettivo di garantire ai cittadini il migliore e più qualificato intervento professionale e aumentare la conoscenza e la comprensione delle reciproche responsabilità professionali", gli assistenti sociali devono abbracciare le tecniche di comunicazione proprie del giornalismo.


Giornalisti e Assistenti sociali hanno definito di collaborare nell'organizzazione e nello svolgimento di attività scientifiche e iniziative culturali e formative, che siano di comune interesse nelle discipline attinenti all'etica, alla deontologia, alla cultura professionale e al ruolo sociale delle rispettive professioni.

A tale scopo praticano attività comuni quali ricerche, corsi, seminari, conferenze, convegni, pubblicazioni e iniziative analoghe volte allo sviluppo della cultura professionale.


Ma un’orientamento verso il giornalismo rivolto ai concetti di accoglienza ed inclusione sociale, è stato adottato anche da diverse scuole italiane ad indirizzo umanistico, che hanno avviato laboratori di comunicazione giornalistica sociale. Tali iniziative guardano a tematiche ad alto valore sociale in cui informazione, rete e azione si mescolano, dando vita ad una comunicazione attenta ai bisogni, sensibile alle diversità e tesa alla ricerca di stimoli positivi per sensibilizzare la comunità.


Oggi, infatti, è necessario aggiornare e fornire i più piccoli di strumenti di comprensione utili per leggere le notizie, per raccontare e condividere esperienze sui social network e per tutelarsi da comportamenti poco lungimiranti verso ciò che è considerato diverso.

Tali progetti, dunque, laddove proposti intendono facilitare proprio tali aspetti collaterali, concentrandosi sull'importanza del dialogo e della consapevolezza rispetto a tematiche delicate come la disabilità, l'essere straniero, l'essere escluso a qualsiasi titolo dalla comunità, nonché il valore insito nel senso di accoglienza.


Sviluppano, così, un percorso inclusivo scandito dalla conoscenza pratica degli strumenti di chi fa informazione e sensibilizzazione nel sociale, basato sulla simbiosi tra capacità di racconto e uso degli strumenti che permettono di comunicare correttamente in questo campo.

Mauro Sarti, a tal proposito, introduce il concetto di “giornalismo sociale”. In una sua opera scrive: “Una redazione giornalistica è composta di tante figure professionali in funzione di quanti sono i settori in cui è suddiviso il giornale, e in linea con il suo progetto editoriale. Sono solitamente la cronaca nera, la cronaca giudiziaria, la politica, l’economia, gli esteri, lo sport, la cultura, gli spettacoli, infine la cosiddetta cronaca “bianca”: la vita politica e amministrativa di una città, la sanità, il traffico, la scuola, l’università e, in genere, tutta l’informazione di servizio. In un angusto anfratto della “bianca” trova posto il racconto della vita più sociale della città: storie di quotidiana emarginazione, inserimento lavorativo delle persone con disabilità, temi legati all'immigrazione, la psichiatria, il carcere, i nomadi e l’integrazione multiculturale. Tutti argomenti che fanno notizia solo se intrecciano gli altri settori della cronaca, ad esempio se lo sgombero dell’accampamento rom avviene con l’uso della forza (cronaca nera), se il centro per disabili viene realizzato grazie al consistente uso di denaro pubblico (economia locale), se la vittima o il protagonista di quel fatto di cronaca nera può rientrare in qualche modo in una categoria patologica (malato psichiatrico, autistico, depresso) oppure ha a che fare con la sua condizione di cittadinanza (immigrato, clandestino, rifugiato ecc.). È in questi casi che entra in campo il giornalista sociale, giovane cronista che solitamente ha iniziato da poco tempo a fare praticantato in redazione. La cronaca “sociale” incrocia spesso il suo lavoro: si parla infatti di notizie che non hanno una loro precisa collocazione all'interno della suddivisione dei servizi in una redazione giornalistica. Chi si occupa di immigrazione non è necessariamente il cronista di “nera” (anche se spesso le fonti da consultare per raccogliere le notizie vengono dalla questura, dunque dalla polizia oppure dai carabinieri); chi si occupa di droga, non è sempre il cronista di “bianca”, anche se molto spesso le fonti da sentire sono i servizi sociali del Comune, piuttosto che l’ufficio tossicodipendenze dell’azienda sanitaria locale. E così vale un po’ per tanti settori della cronaca: nessuno è deputato, e formato, per seguire il “sociale”. Nessuno ha fonti e formazione certa su questi temi. E dunque chi meglio dell’“abusivo” può spendere le sue prime esperienze da cronista in questi “grigi” settori della cronaca? Un lavoro carico di grande responsabilità, tanto più che “sociale” non vuol dire soltanto parlare di disagio ed emarginazione; scrivere di cronaca nera e di “giudiziaria” richiede un atteggiamento non cinico verso la professione, occorre mettere in campo conoscenze e fonti non sempre facilmente reperibili, trovare le parole giuste per raccontare la morte e il dolore, la disperazione e il suicidio, l’odio razziale e la violenza, la guerra, la mafia”.


A noi piace questo mood. E ci piacerebbe anche essere definiti “Giornalisti Sociali” o “Social Worker Reporter”.

In un sistema in cui una legge degli anni Sessanta dice che se non sei pagato per i pezzi che scrivi, non puoi avere il tesserino da giornalista o da pubblicista, l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha avuto il coraggio di andare oltre e lanciare il giornale Il Bullone, che ha decretato l’inizio del «giornalismo sociale» e che cerca di abbattere tabù e pregiudizi, aprendosi, confrontandosi tutti i mesi con la vita, attraverso interviste, inchieste, testimonianze e reportage di altissimo livello.


Il 31 marzo 2021, la Lombardia ha aperto una strada per riconoscere il nuovo giornalismo sociale. 

Ad un anno di distanza, ci associamo a questa lungimiranza giornalistica e ci diciamo anche noi “sempre più convinti di quanto sia necessario parlare di giornalismo sociale, se il suo scopo rimane quello di portare al bene comune e alla coesione sociale, insistendo sull'incontro, sul dialogo, sull'approfondimento di temi come la cura, l’ambiente, la sostenibilità, che non dovrebbero mai dividere ma spingere tutti insieme a lottare in un’unica direzione”.


E così, guardando ancora una volta alla bellissima Ilaria Alpi e ritornando con un emozionante flashback alla bambina seduta alla poltrona, la donna divenuta assistente sociale chiude il suo cerchio e ripete a se stessa: “Ecco cosa vuol dire fare la giornalista autentica, in un mondo dove a fare notizia devono essere le cose vere”.


Grazie Ilaria !!!



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