• Nunzianna Di Tursi

Il viaggio antropologico come accoglienza dell'altro.

Aggiornamento: 12 lug

Tempo di vacanze alla scoperta delle autenticità e del rispetto delle diversità. Come superare le barriere pre-fissate da una visione etnocentrica, per poter esplorare antiche culture ai limiti del mondo, con sguardi di prossimità.



Estate. Tempo di vacanze ... tempo di viaggi.

C’è chi organizza (e può permetterselo) soggiorni all'insegna del lusso e del “mangiare bene”, c’è chi preferisce abbronzarsi o giocare con le acque azzurre del mare, c’è chi parte all'avventura per scoprire spazi nuovi col proprio camper, c’è chi adora camminare e respirare a pieni polmoni l’aria di montagna …

E poi ci sono loro … “i folli” che non perdono occasione per scoprire nuove ed antiche culture, dolci e amare pietanze, moderne e desuete parole, ultime e dimenticate tradizioni, timidi ed imbarazzati sguardi, innovativi e statici modi di dire, sensazionali e semplici architetture, illustratori ed emblematici gesti, figurative ed evolutive geografie, mitologici e freschi racconti, attuali e sconosciuti sorrisi …


Li chiamano viaggiatori, ma preferiscono definirsi abitanti del mondo.

Sono uccelli che compiono le loro migrazioni senza mai posarsi; sono pastori che seguono le proprie creature nei percorsi di transumanza dalle zone collinari a quelle pianeggianti; sono pesci che nuotano su brevi o lunghe distanze ed in diversi periodi dell’anno per completare il loro ciclo vitale.


Molte volte le ragioni di questo continuo viaggiare sono sconosciute, tante altre volte questi abitanti senza patria esplorano per conoscere, integrarsi ed includere.

In inverno, come in estate, studiano le caratteristiche della popolazione umana: lo fanno attraverso strumenti scientifici o per il tramite di immagini (e non impressioni) più o meno definite e, ancora, a seconda delle opportunità formative che la vita ha offerto loro.


Sentiamo di appartenere a questa nobile categoria di “turisti”: sinceramente rispettosi degli spazi e dei pensieri altrui, temerari e nobili nello straordinario intento di viaggiare in altri mondi e parlare -al loro ritorno- per conto di un altro essere umano.

Non vogliamo viaggiare per studiare le culture dell’altro al fine di trovarne autenticità integrali che sappiamo bene ormai non esistere più (considerando quanto sia stato determinante l’approccio socio-economico globale che si è voluto “proporre” o imporre). Come riporta l’antropologa Maria Solimini “l’inganno dei racconti di viaggio, che mostrano immagini di popoli e culture altre secondo una diversità sottratta alla storia della loro contaminazione e distruzione ad Opera dell’Occidente, proponendo immagini di mondi esotici che non esistono più, rende accettabile un’immagine dell’altro che comporta nello stesso tempo la sua esclusione, cioè l’esclusione della sua alterità. Un’esclusione profonda, irrevocabile, l’iscrizione della diversità dell’altro nella storia dell’Occidente, nel ‘cannibalismo nostalgico’ di una storia che vuole appagarsi del fascino dell’altro dopo averlo sopraffatto. Il viaggio antropologico nei mondi dell’altro, così, anziché produrre evasione e disaccoramento, accoglie la diversità nell'ordine di una storia in cui il fascino dell’autenticità dell’altro è un bene di cui appropriarsi".

Se è appurato che molte culture sono scomparse a causa dell’ignoranza opportunista di un convinto superiore Occidente, è pur vero che, come dice Lévi-Strauss, l’etnologia può ancora giungere in nostro soccorso e fornirci l’opportunità di un “viaggio di scoperta dei mondi altri, che si colloca alle frontiere che ogni epoca assegna all'umanità” e che permette “l’esplorazione di quella frangia instabile che separa il possibile dall'impossibile”.


L’approccio, quando si ha a che fare con chi è altro da noi, deve divenire quello mirato al superamento delle barriere prefissate e delle impronte già segnate. Nessuna identità è precostituita, di conseguenza nessuna cultura e nessun luogo che esploriamo, può essere ridotto ad una visione occidentale.

Riprendendo gli scritti di Lévi-Strauss, Solimini parla di un “viaggio ai limiti del mondo” e porta la sua visione, che condividiamo pienamente: “Questo viaggio ai limiti del mondo è ciò che bisogna intraprendere e da cui bisogna ripartire per incontrare l’altro. È il viaggio che compie la lingua poetica che per parlare per conto di un Altro si mette in cammino, attraversando i mondi umani misteriosi e stranieri nel ‘segreto dell’incontro’. Una lingua libera, solitaria e in cammino. La lingua dell’estraneità che accomuna”.


Questo "viaggiatore social worker" si incanta di fronte a ciò che scopre in divenire, partendo da ciò che ha caratterizzato la storia ed il passato di quella cultura, di quel posto, di quella popolazione.

Nel suo viaggio non vuole fissare tappe o programmi, ma vuole aprire varchi ed esplorare nuove rotte da percorrere. Ecco perché cerca di fare da parte le proprie vedute e le proprie impressioni e giunto in punta di piedi nel luogo dell’incontro con l’alterità, ascolta poesie, cattura racconti, appunta storie, spulcia biografie, scrive post, fotografa immagini, scruta sguardi ed osserva relazioni.


Inseguendo il nostro pensiero occidentale, siamo purtroppo stati abituati a pensare alle interpretazioni del mondo dell’altro come se le stesse fossero delle possibilità praticabili: ciò consente una riducibilità dei mondi e dei pensieri del prossimo. Secondo questa visione, la coscienza è fatta delle possibilità dei percorsi che l’altro diverso da me può effettuare e che il mio pensiero rispetto all'altro può percorrere (sotto-intendendo che il mio pensiero riesca ad accompagnare esattamente il pensiero dell’altro, adeguandovisi in maniera perfetta). E' questa una riduzione al Medesimo che non lascia scampo alla possibilità per l’altro di esprimersi. (Solimini)

Consapevoli che il singolo non appaia dietro l’immagine di uno stereotipo dettato da un distorto senso di appartenenza culturale e considerando che ogni dimensione identitaria costruita in maniera serrata ed esasperata uccide la diversità, nostro intento è: andare incontro all'altro senza pregiudizi e, percorrendo delle strade che ci facciano superare i limiti dei confini dei distretti del mondo, oltrepassare le “configurazioni identitarie” per poi recuperarle, rimetterle in gioco e co-valorizzarle.


Questo è il motivo per cui non ci piace parlare di civiltà, ma di umanità; non ci piace parlare di società primitive, ma di popolazioni da conoscere.

Queste piccole comunità costituiscono delle “isole demografiche” che hanno tanto da trasmetterci. Se il contatto umano stimola la scoperta, da questi raggruppamenti non dobbiamo solo imparare che molta della loro storia è rimasta immutata nel tempo;


dobbiamo invece comprendere e valorizzare la loro “filosofia” di non far alcun male alla Natura, adottando un comportamento secondo cui non coltivando la terra e non allevando animali, si limitano a raccogliere o cacciare ciò che la natura offre loro.

Nella grande maggioranza dei casi, il contatto tra mondo civilizzato e le popolazioni “primitive” è stato traumatico. Noi civili ed occidentali, ci siamo limitati ad imporre con la violenza il nostro potere, mascherando con valori quali il progresso o religione, furti continentali, massacri e deportazioni che hanno cancellato tantissime civiltà. L’invasione, inoltre, è stata spesso preceduta da baratti subdoli, a suono di alcol e armi in cambio delle concessioni minerarie. A ciò bisogna anche aggiungere le decimazioni prodotte dalle malattie introdotte dai colonizzatori che hanno assunto forme epidemiche tra popolazioni prive di adeguate difese naturali.

Risultato di queste opere di colonizzazione è stato la scomparsa di intere etnie e culture e l'annullamento di interi popoli che hanno dovuto, loro malgrado, assorbire i tratti caratteristici del “mondo civile”.


Ci spiace apprendere che, ancora oggi, governi particolarmente illuminati cerchino di salvaguardare ciò che resta delle culture locali, conciliando l’integrità con la necessità di progresso.

Alcuni dirigenti politici propongono erroneamente di rimettere in sesto economie compromesse, favorendo lo sfruttamento indiscriminato di risorse non rinnovabili solo in tempi lunghissimi ed aprendo così la strada a nuove povertà e a nuove rotte migratorie.

È facile, allora, rendere immagine d’elezione la massima di Virginia Woolf, che, a prescindere dalla declinazione al femminile (che noi modifichiamo col termine “persona”), recita:


“In quanto persona non ho patria. In quanto persona non voglio patria alcuna. In quanto persona la mia patria è il mondo intero”.

Noi compiamo questo viaggio ogni giorno, senza ordini precostituiti o appartenenze identitarie, senza proprietà che regolano il cammino. Siamo proiettati all'incontro che si fa occasione di comunanza con ciò che appare estraneo, ma mai straniero.


Nei nostri viaggi culturali, così come nel nostro viaggio quotidiano professionale, guardiamo ai nostri interlocutori come a straordinari "mondi-persone" che incontriamo sul nostro cammino.

Non amiamo stereotipare. Non affidiamo ai nostri interlocutori le nostre intenzioni, né cerchiamo di assimilare i nostri pensieri ai loro. Riconosciamo l’importanza delle identità (intese come alterità) culturali, ma non ne facciamo mai paradigma di riduzione per il singolo individuo o per le intere comunità.


Valorizziamo le appartenenze comunitarie e geografiche, ma siamo propulsori dei passi delle culture altre, perché preferiamo che esse compiano in totale autonomia il loro cammino verso l’autoaffermazione e l’inclusione sociale.

Come si può comprendere, dunque, le motivazioni che spingono a farci viaggiare molto sono tantissime. Ci piace riportare le parole dell’antropologo Nigel Barley, perché le sentiamo tanto nostre: “Insomma, la ricerca sul campo è un paradosso contrario a quello del viaggiatore nello spazio di Einstein, che, tornato sulla terra, si accorge che è passato un decennio. L’antropologo se ne va per un tempo che gli pare interminabile, riflette sui problemi cosmici e invecchia molto: quando torna, sono passati solo pochi mesi …”.

Questo è il nostro manifesto, ma anche l’omaggio anticonformista al “Viaggiatore Social Worker” per antonomasia. E' l’omaggio alla sostanza più profonda e recondita del lavoro sociale: viaggio alla scoperta dell’altro, nell'altrove, nei luoghi fisici e nei luoghi dell'anima.

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