• Nunzianna Di Tursi

Seconde Generazioni: dall'integrazione scolastica allo Ius Soli

Aggiornamento: 13 ott

Inclusione sociale delle "seconde generazioni": analisi dei dati statistici e degli obiettivi possibili in tema di integrazione scolastica, quali elementi necessari all'approvazione di una legge italiana sullo Ius Soli.

I ragazzi senza cittadinanza italiana costituiscono una componente importante della popolazione scolastica. Gli ultimi rapporti del MIUR sugli alunni stranieri iscritti presso le scuole italiane mettono costantemente in evidenza come solo il 10,3% di questi non abbia la cittadinanza italiana. A essere cresciuto nel tempo è soprattutto il numero di iscrizioni di ragazzi di “seconda generazione”: le statistiche dimostrano che questo aumento riguarda in particolare la scuola secondaria di II grado, mentre un lieve rialzo si registra per la scuola secondaria di I grado e dell’infanzia. (Openpolis per Miur).


Ma chi sono le seconde generazioni? Come possiamo definirle ? In questa “categoria” di persone confluiscono ragazzi nati in Italia da stranieri, ma privi di cittadinanza italiana. Si tratta di: persone nate e cresciute in Italia; minori ricongiunti o giunti soli; minori rifugiati o arrivati tramite adozione internazionale; figli di coppie miste; giovani appartenenti a minoranze etniche (come rom e sinti).

Per quanto riguarda la distribuzione territoriale degli alunni di seconda generazione, sappiamo che la presenza è particolarmente forte nelle regioni del nord Italia: Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. La Sardegna, invece, risulta ultima: registra appena il 2% di tutti gli alunni privi di cittadinanza italiana.

Rispetto ai loro coetanei italiani, i ragazzi di seconda generazione scelgono percorsi scolastici orientati agli studi professionali, il che contribuisce ad alimentare i divari sociali preesistenti: mentre infatti circa la metà degli alunni italiani, nel 2017, sceglieva il liceo, la quota risultava dimezzata nel caso dei ragazzi stranieri. Il rapporto veniva ribaltato, invece, nel caso della formazione professionale, scelta dal 36% degli studenti con cittadinanza straniera e dal 18,9% di quelli di nazionalità italiana. A questo bisogna aggiungere che con i percorsi LEFP complementari di competenza regionale, se è vero che si riesce a garantire l’inserimento dei giovani stranieri del mondo del lavoro, è altrettanto vero che non si “asseconda” la possibilità che molti di questi ragazzi possano entrare nella classe dirigente del paese.


È questo un argomento molto controverso a livello sociale, perché il percorso scolastico che si sceglie ha un impatto forte sulla futura integrazione all'interno del mondo lavorativo e sulla capacità di emanciparsi economicamente e socialmente.


Se una delle priorità del Miur infatti, è quella di migliorare i processi di orientamento scolastico, è necessario che venga garantito il diritto alle pari opportunità educative di tutti i giovani presenti nel territorio nazionale, guardando alla necessità di cancellare le contraddizioni sociali potenzialmente problematiche per il futuro del paese.

Altro argomento di rilevanza è quello che vede una maggiore incidenza di ritardo e abbandono scolastico da parte dei ragazzi stranieri, rispetto a quelli italiani: anche questo indicatore è importante, perché ci permette di misurare il livello di integrazione degli stranieri nel nostro paese (ed affermare di conseguenza che ancora molta strada c’è da fare in tal senso, proprio a partire dalla scuola).


Qual è il collegamento tra tutti questi dati statistici riguardanti l’integrazione scolastica delle seconde generazioni e la disciplina dello Ius Soli?


Innanzi tutto spieghiamo cosa si intende per Ius Soli.

Lo ius soli indica l'acquisto della cittadinanza quale conseguenza della nascita in un territorio, a differenza dello ius sanguinis imperniato sull'elemento della discendenza o filiazione. Negli Stati in cui si applica lo ius soli, per l'acquisto della cittadinanza è irrilevante quella dei genitori: è cittadino dello Stato chiunque nasce all'interno del suo territorio (Studio Cataldi).


In Italia non vige lo ius soli, ma il principio secondo cui si acquista la cittadinanza italiana a partire dallo ius sanguinis: è cittadino italiano chi nasce da padre o madre a loro volta cittadini italiani (esistono dei casi particolari per cui è cittadino per nascita anche: "chi è nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono"- L. 91/1992).

Come sappiamo, lo ius soli in Italia è da anni oggetto di dibattito: si è cercato di compiere dei passi in avanti ed alcune proposte di legge hanno proposto la possibilità di acquisire la cittadinanza da parte dei minori stranieri, sulla base di una combinazione tra nascita (ius soli) e percorso formativo (ius culturae).

Cerchiamo di spiegare meglio: come riportato nella rubrica di Studio Cataldi, “la fattispecie relativa all'acquisto della cittadinanza secondo lo ius soli, prospettata dal testo della riforma, prevedeva che chi nasce nel territorio italiano da genitori stranieri, di cui almeno uno titolare del diritto di soggiorno permanente, acquista la cittadinanza italiana se un genitore dichiara espressamente tale volontà all'ufficiale di stato civile del comune in cui risiede il minore, entro il compimento dei suoi 18 anni. Per quanto riguarda lo ius culturae, acquista la cittadinanza italiana, previa dichiarazione espressa del genitore legalmente residente in Italia, lo straniero nato in Italia, o che vi è entrato prima dei suoi 12 anni, che frequenta regolarmente, per un periodo minimo di cinque anni, un ciclo di istruzione o più cicli di istruzione e formazione professionale". Ad oggi, tuttavia, nulla è stato approvato.


Riteniamo che la povertà e l’esclusione educativa di cui sono depositari i ragazzi stranieri in Italia, sia collegata anche e soprattutto a questo diritto di Ius Soli negato e ancora dibattuto.

Sappiamo, infatti, come i MSNA raggiungano le coste italiane per la necessità di emanciparsi anche dal punto di vista culturale ed accedere ad una vita migliore. Comprendiamo bene, quindi, come sia altrettanto fondamentale per i ragazzi appartenenti alle seconde generazioni, inserirsi in percorsi scolastici e formativi che permettano loro il “riscatto” della condizione originaria delle proprie famiglie. Questi ragazzi infatti incontrano diverse criticità che possiamo elencare come segue: disagi nei processi di costruzione identitaria, difficoltà ed esclusione scolastica, problemi nelle relazioni familiari, marginalità sociale e occupazionale.


Le seconde generazioni, però, in confronto ad altri migranti, sono custodi anche di un maggiore radicamento nella società italiana: hanno aspirazioni future simili a quelle dei loro coetanei italiani, non sono disposti ad accettare il posizionamento sociale ed economico dei loro genitori e vogliono orientarsi verso professioni qualificate.

Come spiega Bernardini, “a scuola questi ragazzi affrontano differenze nel rendimento scolastico che possono istillare l’idea di una condanna alla discriminazione. Il rapporto tra progetti migratori, stili educativi e rendimento scolastico è stretto e complesso. La scuola, molte volte, diventa di conseguenza un luogo di conflitto culturale, per cui si avverte oggi più che mai il bisogno di introdurre una formazione interculturale in grado di abbattere gli stereotipi. Le seconde generazioni obbligano a ridefinire confini e criteri di appartenenza alla società ricevente, sfidando le identità culturali basate sul presupposto della omogeneità «etnica» e culturale della popolazione”.


Contrastare le disuguaglianze che ostacolano il pieno sviluppo di ragazzi stranieri non è solo un dovere di giustizia sociale, ma anche un investimento che genererebbe ritorni positivi sia sulla coesione della società quanto sul pieno sviluppo dei sistemi economici.


L’integrazione nella struttura economica è, infatti, una delle condizioni per la piena partecipazione alla vita sociale, mentre la formazione di giovani leve qualificate e preparate, consentirebbe di ridurre il gap con la generazione che li ha preceduti qui in Italia.

Comprendiamo, quindi, come diventano inutili quei “discorsi sui migranti che non vogliono integrarsi” o “non possono integrarsi” a causa delle differenze culturali: sarebbe oggi fuori luogo pensare che le differenze siano impossibili da eliminare o possano correggersi applicando misure che favoriscano l’assimilazione alle norme e ai costumi autoctoni.


Un approccio intersezionale permetterebbe di superare la visione del migrante inteso come persona saldamente legata alla propria dimensione nazionale/etnica. Come spiegato da Piasco, la scarsa integrazione in questo quadro problematico, richiede un piano di interventi in diversi campi, come quello messo in campo dall’UE con l’istituzione di una “Garanzia europea per l’Infanzia”.

“Si tratta di azioni tese a combinare misure preventive e correttive per sfruttare al meglio gli strumenti esistenti, partendo dall’assunto fondamentale che nessuna politica in materia di minori deve essere concepita senza ascoltare prima la loro voce”.


I ragazzi stranieri, ed in modo particolare le seconde generazioni, chiedono la cittadinanza italiana e sembra incredibile che incontrino ancora tante difficoltà nell’affermare questo diritto.

A tal proposito la Child Guarantee invitava la Commissione e gli Stati UE a “introdurre una Garanzia per l’Infanzia, in modo che ogni giovane a rischio di esclusione potesse avere accesso gratuito ad assistenza sanitaria, istruzione, diritto a un alloggio decente e a un’alimentazione adeguata, nell’ambito di un piano integrato europeo per combattere la povertà infantile”. In Italia questi interventi sperimentali si tramutano in alcune disposizioni precise:

• rilancio dell’affidamento familiare per minorenni particolarmente vulnerabili (0-6 anni; stranieri; non accompagnati);

• promozione della semi-autonomia per adolescenti di seconde generazioni, MSNA, fuori dalla famiglia;

• contrasto alla povertà educativa;

• sviluppo competenze del XXI secolo per il supporto alla transizione scuola-lavoro.


La lotta alla povertà educativa dei minori richiede un approccio multidimensionale, partecipativo e capace di includere tutti i livelli di governance. Child Guarantee può rappresentare un pilastro fondamentale per le politiche di supporto dedicate ai minori e per provare a ricomporre alcune delle fratture territoriali che ancora segnano il nostro Paese. Diventa fondamentale, allora, che il mondo del Terzo settore non faccia mancare la sua pressione sui decisori politici per pretendere che si approfitti di strumenti straordinari come quelli messi in campo col PNRR per realizzare un tangibile cambiamento di rotta nel contrasto ai rischi di povertà ed esclusione sociale dei ragazzi”. (Padova)


Compreso che le seconde generazioni rappresentano uno snodo strategico nella società, con esse si compie un passo importantissimo nel percorso di adattamento reciproco tra immigrati e società ricevente.

Parlare di seconde generazioni offre l’opportunità di riflettere anche sulla società ricevente, sulle sue caratteristiche culturali e sui processi di integrazione e che coinvolgono l’intera popolazione: solo assimilata questa convinzione riusciremmo a comprendere come risulti utile discutere ancora oggi di ius soli come di opportunità e dovere, anche al fine di garantire quella integrazione scolastica che è presupposto di inclusione sociale nel mondo lavorativo e civile italiano.



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